Angelo Agostini

Sono già state scritte pagine e pagine in memoria di Angelo Agostini, da gente che lo conosceva anche meglio di me e che lavorava costantemente al suo fianco. Tutti i miei ricordi del professor Agostini sono legati inscindibilmente all’Università IULM di Milano, nella quale lui insegnava giornalismo (e come, lo insegnava) e presso la quale è stato il relatore della mia tesi. Detto così, sembra riduttivo. Eppure, il nostro rapporto era quello: studente e docente, laureando e relatore; ma non si fermava lì. C’era un sottofondo d’intesa tra due che hanno capito la direzione. Ancora oggi non saprei specificare la direzione di cosa. Del giornalismo? Troppo presuntuoso. Della rete? Troppo ambizioso. Forse avevamo semplicemente capito la direzione della mia tesi, che era già abbastanza. Si parlava di Twitter nelle redazioni giornalistiche, un argomento che oggi sembra scontato e che soltanto tre anni fa, l’anno appunto della mia laurea, non lo era. Eppure Agostini ne parlava già da tempo, lui era davvero convinto che i Social Media avrebbero cambiato gran parte dell’universo giornalistico e che prima o poi (più poi che prima) il dibattito sarebbe stato centrale anche in Italia. Così fu, dimostrando di essere uno tra i pochi docenti di giornalismo in Italia ad avere lo sguardo rivolto sempre in avanti, pur senza tralasciare la storia dell’informazione, che amava molto studiare e far studiare.

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Angelo Agostini era un uomo di sguardi, più che di parole: non l’ho mai sentito dire una parola di più, mai una di meno. Amava togliere, piuttosto che aggiungere e semplificare, anziché complicare. Gli piacevano molto i pomodori secchi di un’azienda agricola salentina, che avevo il piacere di portargli ogni volta che lo andavo a salutare.
Quando non lo trovavo seduto nel suo ufficio, sapevo già dove andare: sul terrazzo dell’edificio due dell’Università IULM, con lo sguardo aperto verso i numerosi palazzi tra Romolo e Famagosta, lo scoprivo intento a fumare una delle tante, troppe, sigarette. A quel punto, senza scomporsi minimamente, mi allungava la mano e si lasciava andare in quello che era per lui un sorriso e che per me è il Giornalismo.

Sta nascendo la pagina Wikipedia di Angelo Agostini; chiunque voglia contribuire a farla crescere, aggiungere informazioni, pubblicazioni, date, la trova qui.

Chi detiene il copyright del selfie più famoso del mondo?

La cerimonia degli Oscar 2014 verrà sicuramente ricordata, oltre che per la vittoria di Paolo Sorrentino, per il famoso selfie di Ellen DeGeneres, che ha riunito nella stessa foto alcune tra le più note star del cinema. Si è trattato in realtà di una trovata pubblicitaria da parte di Samsung, che ha pagato 20 milioni di dollari, a patto che il Galaxy Note 3 venisse incorporato in qualche maniera all’interno dello show.
La vera notizia però, che già tutti conoscono, è che si è trattato del tweet più retwittato della storia, con un numero di retweet che al momento si aggira intorno ai 3.326.593. Anche il tweet di Barack Obama, che deteneva il record precedentemente, era una foto: i contenuti più virali su Twitter risultano essere perciò anche quelli più immediati.

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In questo scenario si apre una questione interessante, che riguarda il diritto d’autore di contenuti fotografici così virali: chi detiene il copyright del selfie più famoso del mondo?
L’ho chiesto a Leonello Bertolucci: fotografo, photoeditor, blogger del Fatto Quotidiano (nonché mio padre), il quale ha risposto così:

Le questioni legali ed economiche legate allo sfruttamento dei diritti di una fotografia sono materia fluida e controversa. Se poi parliamo di web, armonizzare per esempio legislazioni differenti da Paese a Paese con un orizzonte planetario complica ulteriormente le cose. Da noi in Italia, tanto per dirne una, si vuole distinguere tra “fotografie semplici” e “fotografie creative”, in un ginepraio inestricabile degno di veri azzeccagarbugli.
Venendo al selfie entrato nella storia quasi in tempo reale, vediamo un paio di aspetti: quanto al titolare dei diritti, questo è sempre l’autore (salvo accordi o contratti scritti diversi), indipendentemente dal fatto che il “mezzo” sia di sua proprietà o sia prestato, noleggiato, eccetera.
Dunque l’autore è, in questo caso, Bradley Cooper, e a lui apparterrebbero i diritti. Il condizionale è però legato a un’altra questione: perché l’autore possa rivendicare legittimamente il copyright, deve indicare chiaramente nelle foto diffuse (nelle info file se parliamo di fotografia digitale) il proprio nome scrivendo prima di esso “Copyright” o  apponendo il simbolo ©, unitamente all’anno di produzione. In assenza di tali indicazioni, la foto perde la sua “paternità” e di conseguenza la tutela dei diritti.

Del perchè un tweet non parte per sbaglio

La vicenda, con tutta probabilità, la conoscete ormai tutti: sabato sera, circa quindici minuti prima che Fazio annunciasse la vittoria di Arisa, qualcuno dal profilo Twitter del Corriere invia un tweet che annuncia il trionfo proprio di Arisa al Festival di Sanremo. Il tweet, che è stato poi cancellato (sigh!), parla chiaro ed è addirittura accompagnato da un link ad un pezzo, che è tuttora online. Il contenuto non è lo stesso (in quel caso si trattava semplicemente di un lancio o poco più, ora di un articolo completo), eppure, qualcuno deve averlo scritto.

 

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Corriere.it ha prontamente pubblicato la sua versione dell’accaduto, che apre però ad ulteriori dubbi e stranezze. Un tweet non parte per sbaglio: prima di poter essere inviato, deve essere scritto. In quel momento, in redazione, c’era sicuramente qualcuno (“sei minuti prima che Fazio ci dica chi ha vinto, veniamo subissati di sms e di telefonate”) e non si tratta perciò neanche di un tweet programmato: il tweet è stato scritto ed inviato in tempo reale. Inoltre, fosse anche vero che il Corriere voleva arrivare prima degli altri a dare la notizia, come mai ha scelto proprio di puntare tutto sulla vittoria di Arisa, rischiando l’eventualità di arrivare dopo, qualora avesse vinto un altro dei finalisti?
A sua difesa, la testata dice che la vittoria di Arisa è stata una “sensazione, niente di più”; il vero scoop perciò è questo: sono le sensazioni a fare le notizie del Corriere della Sera.

 

Due gradi e mezzo di separazione: intervista a Domitilla Ferrari

Ancora prima di cominciare la nostra chiacchierata, scopro (sbirciando il suo profilo Twitter) di avere molte cose in comune con Domitilla Ferrari.  Per esempio, entrambi tendiamo a distrarci sulla metropolitana, talora sbagliando inevitabilmente direzione. Oppure tutti e due, inguaribili ritardatari, ci siamo ridotti all’ultimo giorno per visitare la splendida mostra di Fornasetti alla Triennale di Milano. Forse è proprio questa empatia social che ci lega a far piombare subito la nostra conversazione (benché telefonica) in medias res, tanto che l’unica domanda che mi ero preparato per rompere il ghiaccio finirò per non fargliela.

Lei ha scritto un libro, che s’intitola “Due gradi e mezzo di separazione. Come il networking facilita la circolazione delle idee (e fa girare l’economia)” in uscita domani, il 18 febbraio. Ovviamente inizio chiedendole del titolo, dato che mi incuriosisce. Soprattutto quel mezzo grado di seprarazione…

Quel mezzo grado è un gioco. I gradi di separazione si sono ridotti tantissimo nel corso del tempo ad una velocità incredibile. Dagli anni trenta, quando è stata coniata la teoria dei sei gradi di separazione, quel numero era rimasto invariato. Improvvisamente, con Facebook e i Social Network, i gradi di separazione si sono sempre più assottigliati, come dimostrano due recenti ricerche: la prima, condotta nel 2011 dall’Università degli Studi di Milano, secondo cui per collegare due persone nel mondo bastano 3,74 passaggi. La seconda (ed ultima) è del 2013: Eman Yasser Daraghmi e Shyan-Ming Yuan della National Chiao Tung University di Taiwan hanno calcolato,  analizzando le interazioni tra 950 milioni di utenti di Facebook, che i gradi di separazione tra due individui nel mondo sono ormai diventati 3,2 (ovvero ora bastano in media due intermediari o poco più).
Il gioco contenuto nel titolo è che, nel momento in cui noi stiamo parlando grazie a questo libro, i gradi che ci separano potrebbero essere ancora meno…

 Due gradi e mezzo di separazione, apparentemente, sembrano meno di sei: sembra di essere più vicini. Eppure la virtualità del rapporto, sia esso professionale o umano, potrebbe tendere ad allontanare ulteriormente.

Un classico che si dice in questi casi è che Internet ci ha portati ad avere migliaia di contatti in tutto il mondo, senza neanche conoscere il nostro vicino di casa. Però non c’entra Internet, questo succede perché abbiamo cambiato le nostre abitudini di vita: siamo passati a condividere con gli altri nella quotidianità. Internet in questo cambiamento sociale non c’entra nulla, secondo me può essere invece molto efficace per assottigliare le distanze e renderci di nuovo utili. Parlando di noi stessi in rete raccontiamo in che cosa possiamo essere utili agli altri, per cui tu sai chi sono le persone a cui rivolgerti per una determinata cosa, i quali diventano in qualche modo i tuoi influencer. Non è un concetto di superiorità, significa essere influenti su qualcuno per un determinato argomento. Chi è la persona che ti consiglia come smacchiare una camicia? La mamma. In quel caso la mamma è la mia influencer su quell’argomento, mio fratello lo sarà per un altro e gli amici che ho conosciuto online su altre cose ancora. E’ per questo che secondo me, attraverso Internet, ritroveremo un nuovo modo di fare socialità e di collaborare, anche dal punto di vista intellettuale. Scambiarsi un’informazione non ti rende meno competitivo, la competizione sta nella bravura: non è la mia agenda che mi rende ricca, ma è il modo in cui riesco a tirare fuori le notizie da quell’agenda. Questo per anni si è tentato di raccontare: il valore di un giornalista sta nella sua agenda, cioè nel numero di contatti che ha. In realtà non è nella quantità di numeri di telefono che ha, ma nel numero di persone che se le chiami rispondono.

Siccome è un tema attualissimo (vedi qui, qui e qui) oltre che un evergreen, e siccome so che Domitilla è una che la sa lunga, provo a fare un passo successivo rispetto al libro. Le chiedo perciò cosa vede nel futuro dei Social Network, se Facebook e Twitter resisteranno, cambieranno pelle, o cos’altro ancora.

E’ una domanda molto difficile e non credo di essere in grado di dare una risposta. So soltanto che tendenzialmente tutto, per esempio Google con Google+, propende ad essere più sociale di quanto non lo fosse nelle intenzioni iniziali. Le cose che la gente vuole sono le stesse un po’ su tutte le piattaforme, per cui in linea di massima tenderanno tutte ad assomigliarsi. Vedi Instagram, che era nato con tutt’altro spirito e ora permette di mandare anche messaggi diretti. Credo che comunque Facebook e Twitter resisteranno, anche perché sono in corso grosse ristrutturazioni e investimenti. Su quale tipo di Social Network ci sarà, sinceramente non sono in grado di fare previsioni. Ma comunque, qualsiasi Social arriverà, io mi iscriverò… 

Ovviamente la domanda sul Grande Fratello non poteva non arrivare (chi si sta chiedendo perché, legga qui). Dopo un po’ di risate, da parte di entrambi, le chiedo di raccontarmi come mai non ha accettato e perché, secondo lei, sono andati a pescare da Twitter. 

Mi ha scritto una della redazione dell’agenzia che si occupava del casting. Ma niente, è un mondo troppo diverso dal mio. Si tratta di un esperimento scientifico: stare sotto le telecamere dalla mattina alla sera. Io non vorrei essere sotto le telecamere dalla mattina alla sera nella mia giornata tipo, oltretutto con degli sconosciuti; non sono neanche mai andata in vacanza in barca con degli sconosciuti. A meno che tu non voglia fare determinati lavori, ad esempio l’attore, non si tratta di una scelta professionale, ma di una scelta di vita. Comunque, se c’è qualcuno di Twitter che sta andando a partecipare al Grande Fratello io sono contenta, mi capiterà anche di guardarlo.
Twitter poi è un luogo come un altro, in tanti ormai ricercano persone online: per trovare il prossimo Digital Manager ci sono head hunter che vanno online a cercare persone con quei requisiti. E non leggono soltanto Linkedin, vanno a verificare quello che c’è scritto lì su altre piattaforme: ad esempio, vanno a vedere se sei una persona affidabile guardando ciò che condividi su Facebook. Perché allora non farlo anche per la televisione?

Ferrari, Due gradi e mezzo di separazioneDue gradi e mezzo di separazione” verrà presentato a Milano nell’ambito della Social Media Week (di cui abbiamo parlato qui). L’appuntamento è venerdì 21 febbraio, ore 11.30, allo spazio eventi della Mondadori in Piazza Duomo a Milano. Insieme a Domitilla, interverranno Massimo Russo (direttore di Wired) e Giovanni Boccia Artieri (professore dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo).
Dopo l’uscita del libro, partirà un vero e proprio due gradi e mezzo tour: Domitilla is coming to (your) town.

Social Media Week: Milano di nuovo protagonista

social-media-week-eventi-milano-2014E’ stata presentata ieri a Milano la Social Media Week 2014 dal tema “The future of now: vivere connessi” che si svolgerà dal 17 al 21 febbraio nel capoluogo lombardo. L’ultimo appuntamento, quello del 2013, che si sarebbe dovuto svolgere a Torino, l’Italia lo aveva purtroppo mancato per una serie di motivi legati principalmente all’assenza di sponsor. Questa volta, però, Hagakure (l’agenzia di Digital Marketing che ne ha curato l’organizzazione con il patrocinio del Comune di Milano) ha pensato in grande, coinvolgendo sponsor come Tim, Philips, Coca-Cola, e tanti altri, ognuno con un ruolo preciso all’interno della manifestazione.

Leggendo il programma, che potete trovare qui, la Social Media Week in salsa meneghina promette bene: oltre 40 eventi (che pure non sono molti, ma super selezionati) e oltre 100 relatori italiani ed internazionali, tra i quali vale la pena di sottolineare la presenza di Rohan Gunatillake, Cindy Gallop, Kenyatta Cheese e Tomonori Kagaya,  quest’ultimo fondatore di Neurowear e guru delle Wearable Technologies, quali le orecchie da gatto che il direttore Gianfranco Chiccho mostrava orgogliosamente in conferenza stampa. Dopo il successo dello streaming della scorsa edizione (38 mila utenti in totale), quest’anno tutti gli eventi saranno fruibili anche in streaming, pensato soprattutto per chi è in mobilità, visto che il tema e il motto di quest’anno è ‘always connected’. Anche il Ministro della Cultura Massimo Bray sarà alla Social Media Week (credo sia la prima volta che un Ministro vi partecipi) il 18 febbraio per parlare di cultura e innovazione Social.

Reteliquida sarà presente e vi terrà aggiornati su tutti gli appuntamenti più interessanti sia per chi segue live da Milano, sia per chi segue in streaming.

Lemmetweetthatforyou (ovvero come è facile falsificare un Tweet)

Le polemiche degli ultimi giorni combattute a colpi di tweet (più o meno misteriosi) tra Laura Boldrini e Claudio Messora hanno riportato al centro il tema della falsificazione dei tweet. Farlo è semplicissimo e in alcuni casi divertentissimo: basta usare lemmetweetthatforyou (www.lemmetweetthatforyou.com) e potrete “far twittare” qualunque frase a chiunque. L’importante è non abusarne, pena lo screditamento dello screenshot a scopo di cronaca.

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Dinosauri e sculture nuove twitstar? Qualche numero.

Non pochi (ma ahimè neanche molti) hanno notato che da un po’ di tempo a questa parte Twitter è stato popolato da strane creature che innescano tra loro e con gli altri utenti dei dialoghi tanto improbabili quanto spassosi. Sto parlando, ad esempio, dei due Bronzi di Riace (Bronzo A e Bronzo B), del dinosauro Ciro (CiroSauro) o ancora di Paolina Borghese (Paolina_BB), opera sublime di Antonio Canova che ritrae Paolina Bonaparte. E non sono gli unici: ogni tanto compare un nuovo personaggio che inizia a dialogare con i suoi compagni precursori. Gli account citati sono nati sotto la spinta del Ministero della Cultura ed ognuno di essi fa capo ad un Bene, ad un museo o ad un ente, come nel caso di Cirosauro, che parla a nome della Società Paleontologica Italiana.

Allontanato lo scetticismo iniziale legato all’idea che si potesse trattare di profili temporanei connessi alla promozione di un singolo evento (ad esempio la ‘resurrezione’ dei Bronzi di Riace), devo ammettere che la qualità contenutistica del dialogo è molto alta, perfettamente appropriata alla natura del mezzo.
Quello che nessuno ha ancora fatto, però, è spingersi in un’analisi un pochino più numerica di questi profili (che innescherà tra l’altro ulteriori divertenti dissidi tra i personaggi, oltre a quelli già in atto). Restringiamo il campo ai quattro profili già citati, in modo da semplificare l’analisi. Iniziamo a determinare il Klout score che, seppure a volte impreciso e controverso, è attualmente l’indicatore più diffuso in grado di determinare la Social Influence. Il Klout score più alto (ricordiamo che oscilla tra un minimo di 0 ad un massimo di 100) lo totalizza Bronzo A (@a_bronzo) ed equivale a 50, seguito da Bronzo B (@BronzoB) con un punteggio di 49, Paolina Borghese (@Paolina_BB) con 47 ed infine Ciro (@CiroSauro) che totalizza un punteggio di 45. 

Non essendo il Klout score in alcun modo esaustivo dell’andamento degli account, qui sotto potete trovare un’analisi più dettagliata dei quattro account durante gli ultimi tre giorni di attività. Le considerazioni che si potrebbero aggiungere sono diverse: osservando ad esempio il numero di RT e mention si può notare come tutti gli account dialoghino molto tra loro (il numero di menzioni è infatti piuttosto alto per tre giorni)  ma siano poco orientati verso l’esterno (il numero di RT è bassissimo, in media 1/2 al giorno). Sarebbe necessario, tanto più che si tratta di profili di promozione turistica e culturale, puntare ad una maggiore penetrazione e questi dati, anche se limitati, potrebbero costituire uno spunto di riflessione per i gestori dei singoli profili.

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Privati del privato nel lato oscuro del Web

Facebook PrivacyLa storia inizia così: da un po’ di tempo a questa parte ho deciso di iscrivermi ad una scuola di Tango. No, non sono impazzito. E neanche sto andando fuori tema. Inizierò questa riflessione in materia di Facebook e privacy (un ossimoro, a vedere queste due parole così vicine) proprio a partire dal proposito del sottoscritto di misurarsi con questo ballo meraviglioso e sensuale. A Natale ho chiesto ad una parente, che da molti anni lo pratica, consigli su quali fossero le migliori scuole di Tango a Milano per chi volesse iniziare. Dopo essersi informata,  mi ha scritto qualche giorno fa in un messaggio privato su Facebook tutti i dettagli sulle scuole che riteneva più idonee. Ciò che mi ha realmente stupito, motivo di questa riflessione, è accaduto ieri: dopo aver fatto il log-in a Facebook, mi sono ritrovato in bella mostra sulla ‘home’, tra i post consigliati, la pubblicità di una scuola di Tango, peraltro molto vicina a dove risiedo. L’aspetto più anomalo e allarmante è che nulla di ciò che ho pubblicato sul mio profilo, dalle pagine alle quali ho concesso il like fino a tutti gli altri aspetti ‘pubblici’ del mio account, ha alcun tipo di legame con il mondo del Tango. La domanda che aleggia nella mia testa da qualche giorno è se Facebook possa aver in qualche modo letto i miei messaggi privati e offerto i dati agli investitori pubblicitari.

Evidentemente non è solo una mia preoccupazione: è di pochi giorni fa la notizia di una class action contro Facebook promossa da due cittadini americani presso la Corte Federale della California. L’accusa è proprio quella di intercettare le conversazioni private tra gli utenti, in particolar modo i link scambiati all’interno dei messaggi, al fine di fornire informazioni personali (e quindi, potenzialmente, pubblicitarie) più veritiere e inequivocabili. Per questa presunta violazione, che Facebook ha sempre smentito e continua a smentire, i promotori della class action hanno chiesto 100 dollari per ogni giorno di infrazione dell’Electronics Communication Privacy Act o in alternativa 10 mila dollari per ogni utente coinvolto.

Facebook ha da tempo superato il miliardo di utenti ed è, come tutti sanno, il Social Network più diffuso al mondo. Questa enorme diffusione e la noncuranza nell’invio e nella ricezione delle richieste di amicizia, hanno portato gli utenti a costruirsi una rete fin troppo estesa di friendship, la quale ha spesso valicato il confine dell’affettività e della conoscenza, fino ad oltrepassare a volte addirittura i rapporti professionali (o scolastici, perché no) più formali. Questo, con il tempo, ha innescato in alcuni utenti un sistema auto inibitorio nei confronti della pubblicazione di contenuti, che si declina secondo modalità e intensità differenti, piuttosto che, in altri casi, un sistema di pubblicazione di informazioni alterate dalla convenienza. In ogni caso, tutte informazioni poco attendibili e dunque poco vendibili. Per questo motivo Facebook potrebbe avere interesse a leggere le nostre conversazioni private, perché lì esprimiamo molto di più chi siamo realmente, i nostri desideri e la nostra indole. Tutto questo inquietante scenario non riguarda soltanto i messaggi privati di Facebook, ma anche le conversazioni di Whatsapp, i DM di Twitter, insomma qualunque cosa non implichi la scelta di essere resa pubblica. La sfera di riservatezza che l’utente crede di avere, finisce per convincerlo di trovarsi in un ambiente privato, dove potersi esprimere liberamente. Ed è proprio questo nuovo sottoambiente del web, che prende il nome di Dark Web, ad interessare le aziende. Secondo la definizione che ne da Wikipedia, è “l’insieme delle risorse informative del World Wide Web non segnalate dai normali motori di ricerca”. In questa definizione rientrano molte sottocategorie, compresa una serie di attività criminali che si nutrono proprio di questa oscurità. Sarà sicuramente uno degli argomenti di dibattito più interessanti del nuovo anno, soprattutto dal punto di vista giuridico, in quanto viene completamente calpestata la privacy degli utenti. Seguire con attenzione come andrà a finire la class action contro Facebook è senza dubbio un interessante punto di partenza per capire, anche qui in Italia, quali saranno gli spazi di tutela rispetto a questa attività ancora troppo oscura, davvero troppo Dark.

IO vs NOI: i politici italiani twittano al singolare o al plurale? Un’infografica e qualche spunto di riflessione.

“Armiamoci e partite” è una celebre espressione proverbiale, nonché un divertente film italiano con protagonisti Franco e Ciccio. Ma è anche la prova lampante di come, cambiando la persona ad una qualunque forma verbale, cambia di fatto anche il senso stesso del messaggio. Tanto semplice, quanto scontato. Proviamo a spostare questa banalità su altre forme di comunicazione, quella politica per esempio, e facciamolo concentrandoci su uno dei mezzi più dinamici ed interattivi, ovvero Twitter. Ormai tutti (o quasi) i soggetti politici italiani sono presenti su questa piattaforma (sul come lo facciano, bisognerebbe aprire un’altra parentesi) e molti di loro lo usano sia per comunicare con i propri elettori o potenziali tali, sia per fornire in anteprima notizie flash ai giornalisti, che anticipino dichiarazioni o comunicati stampa. In tutti i casi, un potente strumento di propaganda.

Ho pensato quindi di analizzare a livello linguistico i profili Twitter dei quattro principali soggetti politici, che saranno con tutta probabilità le quattro forze su cui si concentrerà l’attenzione durante le prossime elezioni: si tratta di Matteo Renzi, Angelino Alfano, Beppe Grillo e Matteo Salvini. Ho preso a campione gli ultimi 100 tweet, escludendo i re-tweet e le risposte, di ciascun soggetto e ho contato distintamente quelli che contenevano al loro interno una forma di soggetto esclusivo (ovvero la prima persona singolare, io) e quelli che contenevano invece una forma di soggetto inclusivo (la prima persona plurale, noi). Questo semplice conteggio l’ho trasformato quindi in un’infografica che riassume e facilita la comprensione.

I tweet dei politici italiani parlano al singolare o al plurale?

Eviterò di addentrarmi in un’analisi politica dei dati emersi, lasciando a ciascuno la propria interpretazione dei numeri. Faccio soltanto alcune ulteriori precisazioni utili ad una comprensione metodologica. Innanzi tutto, come già ho specificato, i tweet raccolti escludono i re-tweet e i tweet di risposta; si tratta di tweet che i soggetti (o i rispettivi staff) hanno scritto e compaiono sulla timeline di tutti coloro che li seguono. Inoltre, se si osservano i numeri, non si può fare a meno di notare che la somma dei due dati non fornisce il totale dei tweet presi in considerazione per ogni profilo, ovvero 100. Ciò ovviamente è determinato dal fatto che un certo numero di tweet sono declinati con un altro soggetto oppure sono impersonali, ed è sicuramente interessante tenere in considerazione anche questo dato, che nel caso per esempio di Beppe Grillo, è molto alto.

Questi numeri, pur nella loro esiguità, già forniscono segnali abbastanza precisi e uno spunto interessante di riflessione linguistica sulla comunicazione politica; resta l’enigma di quanto i dati emersi abbiano davvero all’origine una strategia o siano piuttosto frutto dell’istinto.