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Ho provato Ello e non c’ho capito niente

Ello è un nuovo concetto di Social Network, per ora in versione beta, ideato e fondato da Paul Budnitz, un designer e imprenditore statunitense. Dice che vorrebbe fare le scarpe a Facebook, perché è più figo e non ha la pubblicità. I nuovi utenti che si stanno avvicinando a questo Social Network sono molti: le punte d’iscrizione raggiungono in alcuni momenti addirittura il numero di 40 mila in un’ora, ma restano comunque una nicchia. Si tratta prevalentemente di maschi hipster che operano (o bazzicano) nel campo del design, della moda e della cultura.
Rientrando in pieno nella categoria, mi sono fatto invitare a provare questo nuovo giochino.

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Privati del privato nel lato oscuro del Web

Facebook PrivacyLa storia inizia così: da un po’ di tempo a questa parte ho deciso di iscrivermi ad una scuola di Tango. No, non sono impazzito. E neanche sto andando fuori tema. Inizierò questa riflessione in materia di Facebook e privacy (un ossimoro, a vedere queste due parole così vicine) proprio a partire dal proposito del sottoscritto di misurarsi con questo ballo meraviglioso e sensuale. A Natale ho chiesto ad una parente, che da molti anni lo pratica, consigli su quali fossero le migliori scuole di Tango a Milano per chi volesse iniziare. Dopo essersi informata,  mi ha scritto qualche giorno fa in un messaggio privato su Facebook tutti i dettagli sulle scuole che riteneva più idonee. Ciò che mi ha realmente stupito, motivo di questa riflessione, è accaduto ieri: dopo aver fatto il log-in a Facebook, mi sono ritrovato in bella mostra sulla ‘home’, tra i post consigliati, la pubblicità di una scuola di Tango, peraltro molto vicina a dove risiedo. L’aspetto più anomalo e allarmante è che nulla di ciò che ho pubblicato sul mio profilo, dalle pagine alle quali ho concesso il like fino a tutti gli altri aspetti ‘pubblici’ del mio account, ha alcun tipo di legame con il mondo del Tango. La domanda che aleggia nella mia testa da qualche giorno è se Facebook possa aver in qualche modo letto i miei messaggi privati e offerto i dati agli investitori pubblicitari.

Evidentemente non è solo una mia preoccupazione: è di pochi giorni fa la notizia di una class action contro Facebook promossa da due cittadini americani presso la Corte Federale della California. L’accusa è proprio quella di intercettare le conversazioni private tra gli utenti, in particolar modo i link scambiati all’interno dei messaggi, al fine di fornire informazioni personali (e quindi, potenzialmente, pubblicitarie) più veritiere e inequivocabili. Per questa presunta violazione, che Facebook ha sempre smentito e continua a smentire, i promotori della class action hanno chiesto 100 dollari per ogni giorno di infrazione dell’Electronics Communication Privacy Act o in alternativa 10 mila dollari per ogni utente coinvolto.

Facebook ha da tempo superato il miliardo di utenti ed è, come tutti sanno, il Social Network più diffuso al mondo. Questa enorme diffusione e la noncuranza nell’invio e nella ricezione delle richieste di amicizia, hanno portato gli utenti a costruirsi una rete fin troppo estesa di friendship, la quale ha spesso valicato il confine dell’affettività e della conoscenza, fino ad oltrepassare a volte addirittura i rapporti professionali (o scolastici, perché no) più formali. Questo, con il tempo, ha innescato in alcuni utenti un sistema auto inibitorio nei confronti della pubblicazione di contenuti, che si declina secondo modalità e intensità differenti, piuttosto che, in altri casi, un sistema di pubblicazione di informazioni alterate dalla convenienza. In ogni caso, tutte informazioni poco attendibili e dunque poco vendibili. Per questo motivo Facebook potrebbe avere interesse a leggere le nostre conversazioni private, perché lì esprimiamo molto di più chi siamo realmente, i nostri desideri e la nostra indole. Tutto questo inquietante scenario non riguarda soltanto i messaggi privati di Facebook, ma anche le conversazioni di Whatsapp, i DM di Twitter, insomma qualunque cosa non implichi la scelta di essere resa pubblica. La sfera di riservatezza che l’utente crede di avere, finisce per convincerlo di trovarsi in un ambiente privato, dove potersi esprimere liberamente. Ed è proprio questo nuovo sottoambiente del web, che prende il nome di Dark Web, ad interessare le aziende. Secondo la definizione che ne da Wikipedia, è “l’insieme delle risorse informative del World Wide Web non segnalate dai normali motori di ricerca”. In questa definizione rientrano molte sottocategorie, compresa una serie di attività criminali che si nutrono proprio di questa oscurità. Sarà sicuramente uno degli argomenti di dibattito più interessanti del nuovo anno, soprattutto dal punto di vista giuridico, in quanto viene completamente calpestata la privacy degli utenti. Seguire con attenzione come andrà a finire la class action contro Facebook è senza dubbio un interessante punto di partenza per capire, anche qui in Italia, quali saranno gli spazi di tutela rispetto a questa attività ancora troppo oscura, davvero troppo Dark.